In una valle stretta e silenziosa della Valsabbia, il Forno Fusorio di Livemmo racconta una pagina fondamentale della storia produttiva di Pertica Alta. Attivo fin dal XVI secolo, questo impianto rappresenta una delle testimonianze più significative della metallurgia preindustriale bresciana.
Oggi la posizione può sembrare isolata, ma in passato offriva risorse preziose: acqua in abbondanza per azionare i meccanismi e boschi estesi per alimentare il fuoco delle fornaci. Il ferro, estratto dalle miniere della Val Trompia e trasportato a dorso di mulo, veniva lavorato nelle “regane” e poi fuso a Livemmo, grazie a una tecnologia sorprendente per l’epoca. Come ricordava lo storico Soldo, il forno era in grado di funzionare sfruttando esclusivamente la forza dell’acqua, senza l’ausilio di mantici o ruote meccaniche complesse.
L’attività cessò nel 1848, con il progressivo declino dell’industria siderurgica locale, ma la memoria del luogo non andò perduta.
Nel 2004 una campagna di scavo archeologico riportò alla luce i resti dell’antico impianto, compreso il “cannecchio”, cuore della macchina fusoria. Il ritrovamento ha avuto grande rilevanza per l’archeologia industriale lombarda: il forno conserva infatti caratteristiche coerenti con quanto descritto negli statuti della Valle Sabbia del 1573, rendendolo uno dei pochi esempi ancora leggibili nella sua forma originaria.
Visitare il Forno Fusorio di Livemmo significa entrare in contatto con la fatica, l’ingegno e la determinazione delle comunità montane. È un luogo dove natura e memoria industriale convivono, raccontando un passato produttivo che ha contribuito a plasmare l’identità di Pertica Alta.
